Forno Allione mappa.GLI INSEDIAMENTI produttivi: A_ Forno Nuovo (1808-1902) /Acciaieria (Franchi Gregorini-Ilva) 1917-1931 /SAEFA-UCI 1947-1994 / Selca 1998-2010; B_ EFA-UCI-UCAR 1929-1994 /Graftech; C_ EFA-UCI-UCAR 1956-1994 /Moncini Industrie; D_ Centrale idroelettrica 1917-23 Franchi-Gregorini /Società idroelettrica dell'Allione-Edison 1923-1962 / ENEL 1962. LEGENDA : 1_ex Uffici EFA; 2_Stazione ferroviaria; 3_ex locali servizi EFA; 4_Canale SEB, tratto visibile; 5_condotte forzate centrale di Forno; 6_sala macchine centrale di Forno; 7_ex casa ad uso del capo centrale.
Il Torrente Allione che si riversa nel fiume Oglio, sullo sfondo l'area industriale.
Officine ex Elettrografite Forno Allione.
Uffici ex Elettrografite Forno Allione.
Stabilimento ex Elettrografite Forno Allione.
Edifici di servizio.
Edifici di servizio.
Stabilimento ex area Acciaierie Franchi-Gregorini.
Centrale idroelettrica di Forno Allione.
Ex casa ad uso del capo centrale.
Consorzio Forestale Valle Allione
La zona industriale di Forno Allione
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L’area di confluenza tra il fiume Allione e il fiume Oglio è stata interessata da una rilevante storia proto-industriale. La posizione di raccordo tra la valle laterale di Paisco, ricca di metalli ferrosi, e la principale via di comunicazione della Valle Camonica, unita alla disponibilità di manodopera e di risorse idriche, seppero catalizzare l’imprenditoria mineraria e siderurgica locale. Con il favore della politica napoleonica, nel 1808 entrò in funzione un moderno forno fusorio costruito dai fratelli Simoncini di Cedegolo e da Pietro Franzoni di Edolo. Ad alimentare il “forno nuovo” il carbone di legna e il minerale ferroso provenienti dai boschi e dalle miniere del circondario, e le acque dell’Allione. Dopo circa un trentennio il forno venne rilevato da Giovanni Andrea Gregorini, l’imprenditore originario di Vezza d’Oglio e artefice dello sviluppo siderurgico di Lovere. La qualità delle ghise realizzate a Forno Allione (utilizzate principalmente per le produzioni militari), l’inserimento in una struttura produttiva integrata verticalmente (dall’estrazione del minerale alla trasformazione delle ghise), permisero al forno dell’Allione di mantenere, più a lungo dei restanti forni della Valle, una discreta attività. Lo sviluppo tecnologico e industriale che conobbe il settore metallurgico sancì infatti, nell’ultimo ventennio del XIX secolo, il definitivo tramonto delle realtà produttive con connotati proto e micro-industriali e nel 1902 anche il Forno fusorio dell’Allione si spense.

Sull’onda delle richieste e delle garanzie offerte dalle commesse militari con lo scoppio della guerra in Europa, la “Società anonima alti forni, fonderie, acciaierie e ferriere Franchi-Gregorini”, nata nel 1916 dalla fusione della Franchi-Griffin di Brescia e della Gregorini di Lovere, riaccese i fuochi dell’attività siderurgica di Forno Allione. Nel 1917 si eresse una moderna acciaieria e si avviò la costruzione di due centrali idroelettriche: una a Forno (collaudata all’inizio del 1921) e una Paisco (nel 1924). Nel dopoguerra, il crollo della domanda di acciaio e la conseguente crisi del settore portarono la società allo scorporo del ramo idroelettrico dell’industria con la costituzione della “Società idroelettrica dell’Allione” (poi “Società Generale elettrica Cisalpina”, poi “Edison”). Nel 1930 la  “Franchi-Gregorini” venne rilevata dall’ “Ilva Alti Forni e Acciaierie d’Italia” che trasferì a Lovere gli impianti di Forno Allione decretando la chiusura dello stabilimento.

Al tramonto dell’industria siderurgica corrispose l’ascesa di una nuova realtà produttiva, ad opera di Attilio Franchi, che ridiede impulso all’attività industriale della zona. Nel 1928, dato il minor costo dell’energia elettrica, decise di trasferire a Forno Allione la produzione di elettrodi grafitati, cominciata qualche anno prima a Marone, con l’obiettivo di concorrere sul mercato nazionale dominato da prodotti di importazione. Gli elettrodi di grafite artificiale, un’ innovazione fondamentale per lo sviluppo dell’industria siderurgica, erano impiegati nei forni elettrici ad arco quali conduttori di corrente.

Gli impianti della “Società Anonima Elettrografite di Forno Allione” (EFA) vennero edificati nell’area compresa tra la sinistra orografica (nord) del fiume Allione e il fiume Oglio, nel comune di Malonno. Nonostante gli sforzi, i problemi tecnico-produttivi non riuscivano a rendere sufficientemente competitivo il prodotto realizzato a Forno Allione.  Dopo solo un biennio di esercizio nel 1931, la multinazionale statunitense “Acheson Graphite Corporation”, specialista nella produzione degli elettrodi grafitati, acquisì la proprietà dell’azienda. Eliminato un possibile concorrente la Acheson seppe garantire, grazie alla migliore metodologia produttiva (brevetto e know-how) e alle ingenti disponibilità finanziarie, lo sviluppo dello stabilimento segnato dalle condizioni dettate prima dalla politica autarchica e dalla guerra e poi dalla ricostruzione. Gli ampliamenti strutturali, gli ammodernamenti impiantistici, l’introduzione di nuove specialità produttive, l’aumento della produttività delle maestranze, seppero garantire all’azienda, dal 1966 divenuta “Union Carbide Italia s.p.a” (UCI), l’attività e la competitività dello stabilimento di Forno Allione fino alla crisi siderurgica degli anni Ottanta. La crisi decretò la posizione marginale dello stabilimento nei piani aziendali della multinazionale e l’avvio di una lenta  smobilitazione produttiva che si concluse nel 1994 con la chiusura della fabbrica divenuta,  negli ultimi anni, “Ucar Carbon Italia”.

Oltre le ripercussioni occupazionali, eredità del passato industriale, rimangono i danni alla salute dei lavoratori e l’inquinamento ambientale derivante dalle lavorazioni industriali. Dopo le bonifiche della seconda metà degli anni Novanta e il successivo stanziarsi, nell’area, di nuove realtà produttive, la questione ambientale si è riproposta drammaticamente. Nel 2003 si diede avvio ad un piano di indagine conoscitiva che ha constatato la pericolosità di una discarica della Ucar stralciata dal precedente piano di bonifica e ora messa in sicurezza. Nel 2010, con il fallimento della “Selca s.p.a”, specializzata nello smaltimento degli scarti, altamente pericolosi, delle lavorazioni siderurgiche e la mancata bonifica del sito, il problema dell’inquinamento e del risanamento ambientale si è riproposto gravemente.

 



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